P.Herc. 1008 (Φιλοδήμου Περὶ κακιῶν ῑ), che ha per argomento la ὑπερηφανία, fu svolto nel 1792 da Antonio Lentari e sistemato in 6 cornici.[1] È riprodotto in tre serie di disegni, delle quali due sono conservate a Napoli,[2] la terza a Oxford.[3]

    Nella porzione superstite del papiro, lunga m 1.64 circa, si possono individuare 34 volute consecutive, che contengono le ultime colonne e la subscriptio;[4] nella parte superiore delle colonne mancano circa 10 linee. Le 24 colonne numerate nelle cornici sono precedute da un pezzo che è la parte destra di una colonna, riprodotto nei disegni e nell'Herculanensium Voluminum Pars prima edita a Oxford nel 1824,[5] ma non nell'editio princeps di Luigi Caterino[6] né nelle edizioni di Sauppe,[7] Hartung[8] e Ussing;[9] nella sua edizione del 1911 Jensen lo pubblicò per la prima volta, chiamandolo Frammento I per non turbare la numerazione tradizionale delle colonne.

    In base alle misure che si leggono nel più antico Inventario dei Papiri Ercolanesi[10] è possibile ricavare che la porzione più esterna del midollo, che precedeva la parte oggi rimasta, doveva essere lunga meno di m 3.4 circa[11] e contenere, in proporzione, circa il doppio delle colonne superstiti, cioè una cinquantina di colonne; ne deriva che il midollo complessivamente misurava circa 5 metri, con circa 75 colonne. Tuttavia, poiché del papiro nell'Inventario si legge "unito a porzioni già svolte," è evidente che il numero totale delle colonne era maggiore e che ne sono andate perdute ancora più delle presunte 50: dunque, oggi ci rimane, forse, soltanto il 20% del libro filodemeo.[12]

    Secondo Winckelmann,[13] sulla prima pagina del quinto papiro che Piaggio tentò di svolgere, e del quale non si è mai trovata traccia, si leggeva "il nome dell'autore, φανηας"[14] (in realtà, φανιας, come rilevò già Martorelli, illustre professore di greco dell'epoca), cioè il Peripatetico Fania di Ereso (IV/IIIa).[15] Capasso,[16] il quale, correttamente, pensa che queste lettere appartengano non al nome dell'autore,[17] ma al titolo, scritto all'inizio del rotolo,[18]

    [Φιλοδήμου]
    [Περὶ κακιῶν ῑ ὅ]
    [ἐστι Περὶ ὑπερη]-
    φανίας,

    riconosce che "ciò che il P.Herc. 1008 ci restituisce è solo una minima parte di quello che in origine era il Περὶ ὑπερηφανίας"[19] e conclude che "non sarebbe ... strano che fosse contenuto in due papiri."[20] Alla luce del riferimento a "porzioni già svolte," che si legge nell'Inventario, avanzerei invece l'ipotesi che il quinto papiro affrontato da Piaggio e poi messo da parte, probabilmente perché era molto difficile da aprire,[21] fosse proprio P.Herc. 1008:[22] la presenza contemporanea di un titolo iniziale ([Φιλοδήμου Περὶ κακιῶν ῑ ὅ ἐστι Περὶ ὑπερη]φανίας) e di un titolo finale (Φιλοδήμου Περὶ κακιῶν ῑ) non sarebbe insolita, come dimostra P.Herc. 1457, che contiene un altro libro De vitiis, dedicato ai vizi affini all'adulazione, il cui titolo finale, conservato, è Φιλοδήμου Περὶ κακιῶν e del quale Capasso[23] ha ricostruito il titolo iniziale, molto più ampio:

    [Φιλο]δή[μο]υ̣
    [Περὶ κακι]ῶν κα̣ὶ τῶν̣
    [ἀντικειμένων] ἀ̣ρ[ετῶν]
    [β]
    5[24]
    [ὅ ἐ]σ̣τι
    [Περὶ τῶν] κολ̣[ακείαι ὁμοειδῶν].

    Analogamente al P.Herc. 1457, anche il P.Herc. 1008 avrebbe potuto avere un titolo iniziale più completo rispetto al titolo finale.

    Le colonne X–XXIV del P.Herc. 1008, abbastanza ben leggibili tranne in alcune linee, sono state oggetto di molti studi, anche perché in esse Filodemo ha riportato ampi brani di un'opera sconosciuta del Peripatetico Aristone di Ceo,[25] La liberazione dalla superbia, la cui trattazione della ὑπερηφανία trovava accettabile in buona parte. Invece, lacune talvolta ampie, sovrapposti e sottoposti rovinano il frammento I e le colonne I, II, III, IV e VII; migliori sono le condizioni delle colonne V, VI, VIII e IX.

    Oggetto della mia comunicazione sono proprio le colonne iniziali del papiro, il cui cattivo stato di conservazione, però, impedisce molto spesso di ricostruire un testo continuo. Non sempre le integrazioni proposte da diversi studiosi, nel tentativo di recuperare, almeno a grandi linee, il contenuto, sono accettabili, e la revisione del papiro, anche con l'aiuto delle fotografie multispettrali, non permette di conseguire guadagni significativi rispetto alle precedenti edizioni, perché la situazione, soprattutto del fr. I e delle prime tre colonne, è disperata.[26]

    Nella sua edizione del 1911, soprattutto per le prime colonne, Jensen aveva mostrato un'estrema prudenza,[27] suggeritagli dallo stato di conservazione del papiro,[28] e si era limitato a osservare che "[ad superbiam] pertinuisse etiam perditas libri partes ... per se verisimile est,"[29] anche se, a suo parere, "talem de causis superbiendi disputationem [sc. ἃ προείπαμεν ἡμεῖς] in eis quae servatae sunt paginis frustra quaesiveris."[30] Oltre venti anni dopo (1933), invece,[31] nel libro Ein neuer Brief Epikurs, ritornando con molto minore cautela[32] sul fr. I e sulle coll. I–X 10, di cui fornì una nuova edizione, Jensen ricostruì una lettera di Epicuro a Idomeneo, in cui è riportato anche un dialogo tra lo stesso Epicuro e il dio Asclepio. Nella lettera, dopo essersi difeso dalle calunnie del transfuga Timocrate (in particolare, dall'accusa di superbia), Epicuro avrebbe detto come avviene che singoli uomini appaiano ora superbi, ora umili e sottomessi, e avrebbe dato consigli, a filosofi giunti ad Atene da altre comunità, su come evitare di apparire superbi.[33] Nel preparare la nuova edizione della prima parte di P.Herc. 1008, Jensen ha voluto vedere nel testo quello che non c'è, anche ricostruendo intere colonne; devo dire, pur con il massimo rispetto, che la sua ricostruzione è molto fragile e francamente appare fantasiosa: da un lato, Jensen ha proposto integrazioni difficilmente condivisibili, spesso correggendo i disegni, che in molti casi sono l'unica fonte, perché il papiro è lacunoso; dall'altro lato, un dialogo tra Epicuro e una divinità sarebbe davvero sorprendente, e l'ipotesi è stata per lo più giudicata negativamente.

    Presento alcuni brani delle prime colonne, che possono dare un'idea di quali aspetti Filodemo avesse toccato concludendo la sua trattazione della ὑπερηφανία prima di riassumere l'opera di Aristone e mostrano consonanze concettuali e linguistiche tra l'Epicureo e il Peripatetico.

    Nelle linee finali della col. IV (22–32) Filodemo scrive:

    καὶ [τ]ῶν
    φι[λ]οσόφων δὲ̣ καθυπερ̣-
    24 ηφανεῖ, περὶ ὧν ἀποπλη-
    ξία λέ[γε]ιν ὥς εἰσιν ἐπι-
    τήδειοι καταφρονεῖσθαι·
    φανερὸς δὲ καὶ ἀλαζο-
    28 νευόμενός ἐστι καὶ φι-
    λοδο̣ξῶν ἐ̣φ᾿[34] ὧν ποιεῖ κα-
    τ[ὰ] τ̣ὴν ὑπερηφανίαν, δί-
    καιος ὢν ἀ[φιλοδο]ξεῖ[ν,
    32 εἴπε̣ρ̣ φρονε[ῖ

    (Il superbo) tratta con disprezzo anche i filosofi, riguardo ai quali è insensatezza dire che sono meritevoli di disprezzo. Ma è evidente che è un fanfarone e che è avido di gloria nelle azioni che compie dettate dalla superbia, mentre è giusto che non cerchi la gloria, se ha senno.

    Una paragraphos tra le ll. 32 e 33 fa capire che a l. 32 finisce un periodo, presumibilmente con φρονε[ῖ]; manca la certezza, perché dopo c'è lacuna. In queste poche parole si coglie il sentimento di superiorità tipico del superbo, che si traduce in un modo scorretto di relazionarsi con gli altri; per esempio, il superbo mostra disdegno verso i filosofi, perché evidentemente si reputa più sapiente di loro. Sul piano linguistico è interessante l'uso di καθυπερηφανέω (ll. 23 s.), ἀποπληξία (ll. 24 s.) e ἀλαζονεύομαι (ll. 27 s.). Il verbo καθυπερηφανέω, rafforzativo del più comune ὑπερηφανέω, soltanto qui, a quanto pare, è attestato con il genitivo.[35] Aristone[36] usa il sostantivo καθυπερηφανία (un hapax legomenon) in una delle sue prescrizioni per liberarsi dalla superbia. Un'altra parola rara, ἀποπληξία, che ricorre anche nel secondo libro della Retorica di Filodemo,[37] con riferimento a moltissimi altri casi περὶ ἃ τέχνην | λέγειν ἀποπληξία τις ἂν | εἴη τε[λε]⹂ι⹃ο̣τάτη, è usata ugualmente da Aristone,[38] che attribuisce l'ἀποπληξία al παντειδήμων, una delle specie di ὑπερήφανος da lui descritte nella seconda parte della sua opera. L'ἀλαζονεία, infine, per Aristone[39] è una caratteristica dell'αὐθάδης, un'altra specie di ὑπερήφανος, concausa per lui di τὰ δυσχερῆ, e l'εἴρων, altro tipo di superbo, è, secondo Aristone,[40] ἀλαζόνος εἶδος.

    Verso la fine della col. V (ll. 24–26) si legge:

    24τὸ γὰ[ρ] ἀ[φ]ρονε[ῖν
    τοῖς διὰ̣ τύχην ὑ[π]ε̣ρ̣[ηφα-
    νοῦσι γίνεται

    Infatti la stoltezza colpisce quelli che insuperbiscono a causa della sorte.

    Questo fa supporre che anche nella prima parte la colonna sia dedicata a chi diventa superbo a causa della τύχη, come nelle ll. 3–8, dove Filodemo scrive che

    μέγα φρο-
    4νεῖν ἐπὶ̣ τούτοις οὐκ ἄ[ξ]ι-
    ον, ἀλλ᾿ ἐπὶ τῶ`ι´ φέρειν ἀσο-
    λοίκως αὐτὰ̣ καὶ δεξιῶς,
    `ὅπερ οὐ ποι̣ῶ̣ν̣ [οὐκ] ἀξίως´
    8χειν φα̣ίνετα[ι

    non è dignitoso essere presuntuosi per queste cose [cioè, quello che capita grazie alla sorte], ma per il fatto di sopportarle in maniera corretta e adeguata; non facendo ciò, appare comportarsi in maniera non dignitosa.

    Nella col. VI il discorso sembra spostarsi sui filosofi, che alcuni, senza fondamento, accuserebbero di superbia, forse per[41]

    τὴν σε-
    20μνότητα [κ]αὶ [τ]ῆς ὄψεω[ς
    κα[ὶ] τοῦ π[αν]τὸ[ς] βίου· φα-
    νερὰ̣ δὲ τ̣α̣[ῦ]τα, διότι προ[σ-
    ήκ̣ει το[ῖς φ]ρονοῦσι

    la gravità sia dell'aspetto sia dell'intero modo di vita; ma ciò è evidente, che questo si addice ai sapienti.

    Secondo Filodemo (ll. 27–33)

    λέγ]ε̣ται δ᾿ ὑπερήφανος
    28οὐχ̣ ὁ ταῦτ᾿ ἔχων, ἀλλ᾿ ὁ φαι-
    νόμενος καταφρονητ[ι-
    κὸς καὶ πάντων, ὅπου φυ-
    λάττει τὴν ὑπερηφανί-
    32αν κ̣αὶ διὰ τῶν ἔργων ὑ-
    βρισ[τή]ς

    e invece è definito superbo non chi ha queste caratteristiche, ma chi appare sprezzante e tracotante verso tutti, laddove mantenga la superbia anche nelle sue azioni.

    Ritorna il motivo del disprezzo come segno distintivo del superbo, che viene messo in rilievo più volte anche da Aristone.

    La col. VII è molto rovinata, soprattutto nelle prime 20 linee.[42] Alle ll. 11 s. quasi certamente è nominato Metrodoro (ὁ Μητρό|δω[ρο]ς), purtroppo in un contesto lacunoso.[43] Dalla l. 13 comincia una nuova sezione, come indicano una diplè obelismene tra le ll. 13 e 14 e un vacuum alla l. 13, nella quale sembra che Filodemo si riferisca alla fragilità dei superbi di fronte ai cambiamenti della sorte. Alle ll. 14–17, se le integrazioni sono corrette, viene sottolineato che το|τὲ [44] μὲν ὑ̣[πε]ρ[ήφαν]οι, τ[ο]τὲ[45] | δὲ τα[π]ε̣ι̣[νοὶ καὶ] ὑπ[οπί]|πτον[τες ("talvolta sono arroganti, talvolta umili e sottomessi"); poi, dopo alcune linee lacunose il testo continua (ll. 21–33):

    ὁτὲ[46] μὲν καὶ μ[ετα]βάλλον-
    τας ἐν τού̣τ̣[οις, ἐ]φ᾿ οἷς κε-
    χ[αύν]ωντα[ι, διὸ κ]αὶ τοῖς
    24φρ[ον]ήμασι[ν δ]ιαπίπτον-
    τας̣· κ̣αὶ γὰρ ἂν μὴ φανερὰ
    τὰ [κ]οιλώματ᾿ ᾖ τῆς εὐτυ-
    χίας αὐτοῖς, ἐοίκασιν[47] ἀλ-
    28λοιοῦσθαι· τοτὲ[48] δὲ βεβ[λασ-
    φημημένους ὑπό τινων
    ἢ κα[θυ]βρισμένους ἢ κατε-
    σ]π̣ε[υσ]μένους ἢ κοινῶς
    32 βεβ[λ]αμμένους διὰ τὴν
    ὑπερ̣ηφαν̣ίαν

    a volte anche cambiando nelle cose per le quali si sono riempiti di orgoglio e perciò cadendo in errore nei loro propositi grandiosi; infatti anche se i punti deboli della loro fortuna non siano a loro chiari, sembrano cambiarsi; a volte, invece, oltraggiati da alcuni o maltrattati con tracotanza o turbati o in genere danneggiati per la loro superbia.

    Problematica è l'integrazione a l. 31 del verbo che comincia nella linea precedente. Dopo una lacuna di una lettera, mi sembra che si legga un π (come nel disegno napoletano di Casanova), anche se incompleto, non un τ (come nel disegno di Lentari e nel disegno oxoniense); nell'incisione in rame che servì per l'editio princeps prima di μενους c'è lacuna. Jensen, che leggeva τ, integrava, poco plausibilmente, κατε|[σ]τε[ρη]μένους, con il significato di "sono derubati," non attestato per il verbo καταστερέω, che sembra usato soltanto da Nechepso, un astrologo del IIa, con il significato di "collocare tra le stelle" o "ornare con le stelle" (sinonimo, cioè, del più comune καταστερίζω). Più suggestiva è la proposta di Sauppe, κατε|[υ]τε[λισ]μένους, "sono trattati con disprezzo" (anche se la divisione della parola sarebbe irregolare – Ussing, infatti, scrive κατε[υ]|τε[λισ]ένους – e lo spazio tra τε e μενους sembra insufficiente): il verbo κατευτελίζω è ugualmente raro, ma è usato da Plutarco nell'opera antiepicurea Non posse suav. vivi sec. Epic., dove si legge[49] che Epicuro "si metteva sotto i piedi (ὑπὸ πόδας τιθεμένου) e teneva in poco conto (κατευτελίζοντος) le imprese di Temistocle e Milziade";[50] inoltre, l'εὐτελιστής è una delle specie di ὑπερήφανος descritte da Aristone. La proposta κατε|[σ]π̣ε[υσ]μένους è stata fattta, indipendentemente, da Francesca Longo Auricchio e Jürgen Hammerstaedt, con il richiamo al valore ('agitate,' 'dismay,' LSJ) che κατασπεύδω ha in Daniele IV 16 (19).

    Nelle prime 14 linee della col. VIII forse si parla ancora delle caratteristiche e degli atteggiamenti dei superbi, ma qualche lacuna e la perdita di ciò che precede immediatamente queste linee rendono poco perspicua l'interpretazione. Alle ll. 3 s. il riferimento è alla ἀνυπέρβατος ἀηδία ("insuperabile odiosità") del superbo[51] e alle ll. 9–11 a qualcosa che i superbi sopportano male, ὡς ἀνάξι|ο[ν] τῆς ὑπερο⹂χ⹃[ῆ]ς.

    Dalla l. 14 si passa a un'altra sezione, come indica la diplè obelismene tra le ll. 14 e 15, che si conclude alla l. 10 della colonna X, quando Filodemo comincia a riportare l'opera di Aristone. In questa parte del suo libro Filodemo intende mostrare quali debbano essere gli atteggiamenti e i comportamenti per non apparire superbo, come sembra di capire da alcuni dei luoghi meglio conservati (il verbo reggente delle infinitive – δεῖ? – era forse in una parte del papiro oggi perduta).

    Col. IX 1–12:

    —- [μηδὲ τῶν ἄλ-
    λ]ων ἀνθρ[ώπω]ν ἐξ[ευτε-
    λιστὴν μηδ᾿ ἑαυτοῦ θαυ̣-
    4μαστήν, καὶ μάλιστα ἐ[πὶ
    τοῖς ἐκ τύχη[ς· μ]ηδ᾿ ἐξηλλ[α-
    γμένον ἐν μηδενὶ φαίνε̣-
    σθαι· μηδὲ δ[υσ]πρόσδε-
    8κτον εἰς ο[ἰκί]αν καὶ ὁμιλί-
    αν καὶ τῶν λοιπ̣ῶν μετά-
    δοσιν· μη̣[δ]ὲ ἀναξίους
    ἀποφαίν[ειν ἑ]αυτοῦ πάν-
    12τας

    ... né sia uno schernitore degli altri uomini né un ammiratore di se stesso, e soprattutto per quello che gli deriva dalla sorte; né appaia cambiato in nulla; né sia riluttante ad accogliere nella propria casa, alla conversazione e alla condivisione di tutto il resto; né proclami tutti indegni di sé.

    L'ἐξευτελιστής (l. 2), accomunato all'εὐτελιστής, è anche l'ultimo tipo di ὑπερήφανος descritto da Aristone,[52] mentre l'individuo definito da Filodemo δυσπρόσδεκτος εἰς οἰκίαν καὶ ὁμιλίαν mi sembra simile alla prima specie di superbo aristoneo, l'αὐθάδης,[53] che "nella vasca da bagno chiede acqua calda o fredda senza aver prima domandato a quello che è entrato con lui nella vasca se anche a lui va bene" e "ospitato, non ospita a sua volta."

    Col. IX 20–33:[54]

    20κἂν χρείαν
    τινὸς [π]οιῆ̣ται μείζονος,
    αὐτὸν θεραπεύειν, ὁπό[ταν[55]
    ἁνδάνῃ, μὴ θεραπεύεσθαι
    24ζητεῖν· πρόνοιαν δ᾿ ἔχειν
    καὶ πε[ρὶ] τ̣ῶν οἰκετῶν
    καὶ] τῶν ὑπηρετούντων
    ἐ[λε]υθέρων ἢ συνόντων
    28ἄλλων· ἐνίοτε γὰρ οὗτοι
    τῆς φαντασίας αἴτιοι γί-
    νονται προσαγγέλλειν
    οὐ θέλοντες ἢ `σ´κορακί-
    32ζοντε]ς ἢ τι τοιοῦτον ἐ-
    πιλέγον]τ[ες

    E se abbia bisogno di qualcuno più grande di lui, cerchi di servirlo, qualora gli faccia piacere, non di essere servito; e si preoccupi dei servi e dei liberi che prestano servizio o degli altri familiari. Talvolta, infatti, questi sono colpevoli dell'apparenza (di essere superbi) non volendo annunciare (qualche ospite) o mandando al diavolo o dicendo qualche ingiuria simile.

    È sottolineata l'importanza di curare l'atteggiamento dei servi, dei collaboratori e dei familiari per evitare che il loro comportamento faccia ricadere sul padrone di casa l'accusa di superbia.

    Col. X 1–10:

    [ἵνα μὴ τοὺς ἄλλους[56]
    ἀ]τ̣ιμάζειν δοκῇ μ[ὴ συμ-
    φ]ω̣νῶν[57] ἢ μὴ φιλοπ̣ι̣στ̣ευ-
    4όμενος ἢ μὴ δι᾿ ἐντε[ύ]ξε-
    ως εὐχαρ̣[ι]στῶν οἷς [δέ]ον,[58]
    τὴν ἐλάττωσιν ἐμφανί-
    ζει̣[ν] κα[ὶ συγγ]νώμην αἰ-
    8τεῖ[σ]θαι, μ[ά]λιστα δὲ ἀεί 〚με-
    θαυτου〛 τινας ἔχειν `μεθ' αὑτοῦ φίλους´,[59]
    οἳ [συνε]θ̣ίζο̣νται[60]

    ... affinché non sembri non tenere in considerazione gli altri – perché non si trova d'accordo o non si fida di un amico o in un incontro non mostra gratitudine a quelli che è necessario – renda manifesta la sua mancanza e chieda perdono, ma soprattutto abbia sempre alcuni amici con sé che sono abituati.

    In conclusione, credo che, molto verosimilmente, argomento non solo delle colonne iniziali rimaste, ma anche delle parti perdute del papiro fossero la ὑπερηφανία in generale e le opinioni al riguardo che avevano gli Epicurei, come, del resto lo stesso Filodemo fa capire quando, prima di riassumere l'opera di Aristone, nella quale trovava molte consonanze,[61] afferma (col. X 15–18) che si diventa ὑπερήφανοι "non solo per alcune situazioni determinate dalla sorte, ma anche per i motivi che abbiamo esposto in precedenza" (ἀλλὰ καὶ | δι᾿ ἃ προείπαμεν ἡμεῖς).

    Notes

      1. In realtà, 7 cornici sono contrassegnate dal numero 1008, ma i pezzi della settima cornice, il cui stato di conservazione è estremamente precario e che, per di più sembrano essere frammenti di due rotoli diversi, uno dei quali scritto dalla stessa mano che ha scritto gli altri papiri De vitiis, non sono riprodotti nei disegni né menzionati nelle edizioni del papiro; il pezzo 1 forse appartiene a P.Herc. 1008.return to text

      2. Ne sono autori Gennaro Casanova (prima del 1798) e Antonio Lentari (nel 1806). I disegni di Casanova furono consegnati all'Accademico ercolanese Pasquale Baffi, condannato a morte nel novembre 1799 per aver aderito alla Repubblica partenopea, perché preparasse traduzione e interpretazione del papiro, e recuperati nel 1808 (v. F. D'Oria, Pasquale Baffi e i Papiri di Ercolano, in Contributi alla storia della Officina dei Papiri Ercolanesi, I Quaderni della Biblioteca Nazionale di Napoli, Serie V 2 [Napoli 1980] 126–128). Lentari forse aveva collaborato con Casanova per la prima serie, come dimostra la sua firma sotto i disegni delle colonne X, XI e XXI. Delle colonne X e XI esiste una sola copia, su fogli semplici, mentre nel caso della colonna XXI potrebbe trattarsi di un secondo disegno della prima serie, perché il foglio sul quale è riprodotta la colonna è un foglio semplice, come per i disegni della prima serie, non doppio, come per quelli della seconda, e vi si legge l'annotazione "V(isto) B(uono)" seguita dal nome dell'Accademico, Caterino – non, come scrive R. Cantarella a Jensen (ap. C. Jensen, Ein neuer Brief Epikurs [Berlino 1933] 7 n.1), "Canonico (sc. Rossini [!])" –, che manca negli altri disegni della seconda serie, mentre nei primi disegni il 'visto' c'è sempre, con l'eccezione proprio del disegno della colonna XXI.return to text

      3. Ne è autore Gennaro Casanova (tra il 1802 e il 1806, durante la permanenza a Napoli di John Hayter).return to text

      4. Viene confermato quanto già Jensen, autore dell'ultima edizione completa del papiro (C. Jensen, Philodemi Περὶ κακιῶν liber decimus [Lipsia 1911]; a questa edizione faccio riferimento per la numerazione delle colonne e delle linee), di gran lunga migliore rispetto alle precedenti, aveva osservato (ibid., VII: "Singulae ... papyri plagulae tabulis agglutinatae in partes non dissectae sunt"), smentendo l'ipotesi di H. Sauppe, che ammetteva, invece, la perdita di una o più colonne tra la XX e la XXI (Philodemi De vitiis liber decimus. [Lipsia 1853] 11; v. anche 29) e riteneva di dover invertire la successione delle colonne XIV e XV (pp. 10 s.). return to text

      5. 1–26.return to text

      6. Herculanensium Voluminum quae supersunt, vol. III (Napoli 1827).return to text

      7. Lipsia 1853.return to text

      8. Lipsia 1857.return to text

      9. Copenhagen 1868.return to text

      10. Conservato nell'Archivio Storico del Museo Archeologico Nazionale di Napoli (Serie Inventari Antichi n. 43) e databile dopo il 1781 e prima del 1786, è stato pubblicato da D. Blank e F. Longo Auricchio in CronErc 34 (2004) 45–124; "forse è una copia dell'Inventario compilato, sul fondamento di una descrizione dei papiri elaborata dal Piaggio, purtroppo perduta, da Francesco la Vega, che succedette al Paderni nella Direzione del Museo di Portici nel 1781" (Blank e Longo Auricchio, CronErc 34 [2004] 39; cf. D. Blank e F. Longo Auricchio, "An Inventory of the Herculaneum Papyri from Piaggio's Time," CronErc 30 [2000] 131–147). P.Herc. 1008 è descritto così: "Compresso per lungo, e con pieghe rilevate, unito ["unite," Inventario] a porzioni già svolte, mancante di uno de' suoi estremi [sc. il margine superiore], di lunghezza [con "lunghezza" – sc. del midollo – si intende l'altezza del rotolo] once 7. 1/5, di diametro maggiore once 1. 4/5."return to text

      11. Poiché l'oncia equivale a cm 2.2046 (l'oncia era 1/12 del palmo, che equivaleva a cm 26.455; cf. C. Knight e A. Jorio, "L'ubicazione della Villa ercolanese dei papiri," RAAN 55 (1980) 59 n.16, 61 n.1, 65), il diametro misurava cm 3.96828. Conoscendo la lunghezza del diametro, è possibile calcolare la misura di una circonferenza pari a 12.5 cm circa, che, se il rotolo fosse a sezione cilindrica, corrisponderebbe all'ampiezza della voluta più esterna del midollo: per l'esattezza, 3.96828 cm (diametro) x 3.14 (π) = 12.460399 cm. Dal momento che la prima voluta conservata è ampia circa 7 cm, sarebbe possibile ricostruire approssimativamente la misura della porzione perduta più esterna del midollo, sommando progressivamente le ipotetiche volute comprese tra la prima originaria, inclusa, e la prima conservata, supponendo un intervallo decrescente di 1.5 mm, che nella porzione di papiro superstite è una misura costante. Poiché, però, il papiro, come ho detto, viene descritto "compresso per il lungo, e con pieghe rilevate," la circonferenza calcolata in base alla misura del diametro non può corrispondere alla voluta più esterna del midollo, che, invece, equivale all'incirca al perimetro di un'ellissi, dunque a una misura inferiore a quella della circonferenza: questo significa che la misura di 12.5 cm circa può essere soltanto "il terminus ad quem per valutare approssimativamente l'ampiezza della prima voluta più esterna del midollo." Per le verifiche delle misure e i conseguenti calcoli relativi alla struttura originaria del rotolo sono debitore a Maria Grazia Assante, che ringrazio molto cordialmente per avermi fatto leggere in anteprima un suo articolo in corso di stampa ("Osservazioni preliminari sull'anatomia del PHerc. 1044," in A. Antoni e D. Delattre [a c. di], Miscellanea Papyrologica Herculanensia [Roma-Pisa 2009]), dal quale sono tratte le parole che ho citato.return to text

      12. Anche Jensen, op.cit. (sopra, n. 4) VII, scrive "huius libri minorem tantum partem ad nos pervenisse satis verisimile est," pur riconoscendo che "quantum ... reliquum sit a iusto voluminis ambitu ... pro certo dicere non possum."return to text

      13. Nachrichten von den neuesten Herculanischen Entdeckungen an Hn. Heinrich Fueßli aus Zürich (Dresden 1764) 52 = J.J. Winckelmann, Schriften und Nachlaß. Bd. 2: Herkulanische Schriften Winckelmanns. Teil 2 (Magonza 1997) 38: "Nach Aufwickelung der vier ersten Schriften ... wurde Hand an die fünfte geleget, an welcher sich der Anfang der an jenen mangelt, erhalten hat, und es entdecket sich der Name des Scribenten, ΦΑΝΗΑΣ." Cf. la Lettera a Bianconi del 29 luglio 1758 = J.J. Winckelmann, Schriften und Nachlaß. Bd. 2: Herkulanische Schriften Winckelmanns. Teil 3 (Magonza 2001) 34.return to text

      14. Nella Lettera a Bianconi, Winckelmann è più cauto sull'interpretazione delle lettere φανιας (scrive iota invece di eta): "Gli Accademisti di S. M. sono d'accordo che potrebbe essere il nome d'un Autore."return to text

      15. Del "papiro di Fania," "coll'intitolazione del libro, e nome dell'autore da capo, il che in tutti gli altri ... si è perduto," dà notizia anche lo stesso Piaggio in una lettera al Ministro Tanucci, del 30 ottobre 1771. return to text

      16. M. Capasso, "Il presunto papiro di Fania," CronErc 8 (1978) 156–158.return to text

      17. Sono anomali sia la posizione, dopo il titolo dell'opera, sia il caso nominativo, perché il nome dell'autore precede sempre il titolo dell'opera ed è al genitivo. return to text

      18. "L'espressione 'da capo' [usata da Piaggio] è da intendersi 'all'inizio del rotolo'; infatti il Piaggio sottolinea che la presenza del titolo 'da capo' è andata perduta in tutti gli altri papiri ercolanesi" (Capasso, op.cit. [sopra, n. 16] 157 n.23). return to text

      19. Ibid. 158. return to text

      20. Ibid.return to text

      21. Scrive Winckelmann (1997), op.cit. (sopra, n. 13) 38: "Diese Schrift ... hat viel gelitten, und giebt einen muffigten Geruch von der Feuchtigkeit, welche ein Blatt an das andere angeklebt hat; aus dieser Ursache wurde die Fortsetzung der Entwickelung dieser Schrift untersaget, und man hat sich an eine andere gemacht" (cf. Winckelmann (2001), op.cit. [sopra, n. 13] 34: "perché è uno di quei Volumi che non sono ridotti in carbone, e per conseguenza l'umido ha avuto più attività sopra di questi che sopra gli altri che sono carbone, onde ha contratto certa muffa che attacca tenacemente un foglio all'altro, lo svolgere si rende difficilissimo e la debolezza de' fogli non regge alla minima impressione o toccamento che si faccia per separarli").return to text

      22. Cf. D. Blank, "Reflections on Re-Reading Piaggio and the Early History of the Herculaneum Papyri," CronErc 29 (1999) 74 s., 78; Blank e Longo Auricchio (2000), op.cit. (sopra, n. 10) 141.return to text

      23. M. Capasso, "I titoli nei papiri ercolanesi, II: il primo esempio di titolo iniziale in un papiro ercolanese (PHerc 1457)," Rudiae 7 (1995) 103–111.return to text

      24. Il segno leggibile a l. 5 "potrebbe essere una sorta di orpello avente la funzione di segnalare in qualche modo uno stacco tra il titolo e il sottotitolo" (Capasso, op.cit. [sopra, n. 23] 108).return to text

      25. In realtà, Filodemo parla genericamente di un Aristone (coll. X 10 e XVI 34): la quasi totalità degli studiosi propende per il Peripatetico, mentre alcuni individuano nell'autore citato da Filodemo lo Stoico Aristone di Chio.return to text

      26. Le prime tre colonne "tam male habitae sunt, ut nunc vix ullae refici possint sententiae" (Jensen, op.cit. [sopra, n. 4] XIV).return to text

      27. Jensen, op.cit. (sopra, n. 4) XIII: "Cum autem ludere nollem, ea tantum supplevi, quibus veram me assecutum esse lectionem confiderem, cetera intacta relinquere malui quam incertis tentare supplementis."return to text

      28. "Ex hoc litterarum farragine ipsius Philodemi verba reficere sane quam difficile est" (Jensen, op.cit. [sopra, n. 4] XIII).return to text

      29. Jensen, op.cit. (sopra, n. 4) XIV.return to text

      30. Jensen, op.cit. (sopra, n. 4) XIV.return to text

      31. Spinto dall'ipotesi del suo allievo Knögel (il lavoro di W. Knögel, Der Peripatetiker Ariston von Keos bei Philodem, apparve a Lipsia nel 1933), che Filodemo anche nella prima sezione superstite del papiro avesse seguito Aristone.return to text

      32. Jensen, però, ricorda preliminarmente che tali colonne "sind so verstümmelt, daß ich ... in meiner Ausgabe nur einzelne Sätze wiedergewinnen konnte und den Zusammenhang des Ganzen nicht verstand" (Jensen, op.cit. [sopra, n. 2] 1).return to text

      33. Jensen, op.cit. (sopra, n. 2) 6.return to text

      34. ἐφ᾿ (Jensen, op.cit. [sopra, n. 2]); ἀ̣φ᾿ (Jensen, op.cit. [sopra, n. 4]).return to text

      35. Nell'Arg. I Aristoph. Acarn. è usato assolutamente.return to text

      36. Ap. Philod., Vit. X, col. XVI 4.return to text

      37. P.Herc. 1672, col. XXXIX 13 (I 145 Sudhaus; p. 273 Longo Auricchio).return to text

      38. Ap. Philod., Vit. X, col. XVIII 34.return to text

      39. Ap. Philod., Vit. X, col. XIX 5.return to text

      40. Ap. Philod., Vit. X, col. XXI 38.return to text

      41. Ll. 19–23.return to text

      42. Jensen, che nell'edizione del 1911 si era mantenuto estremamente cauto, limitandosi a qualche integrazione dopo aver osservato che si leggono "verba singula lacunis misere foedata" (Jensen, op.cit. [sopra, n. 4] XV), nella riedizione del 1933 ricostruisce interamente la colonna.return to text

      43. "Citato autem ... Metrodori dicto nescio quo" (Jensen, op.cit. [sopra, n. 4] XV).return to text

      44. Nell'edizione del 1911 Jensen aveva scritto τότε.return to text

      45. Nell'edizione del 1911 Jensen aveva scritto τ[ό]τε.return to text

      46. Nell'edizione del 1911 Jensen aveva scritto ὅτε.return to text

      47. αὐτοῖς, ἐοίκασιν (Jensen, op.cit. [sopra, n. 2]); εὐτυχίας, αὑτοῖς ἐοίκασιν (Jensen, op.cit. [sopra, n. 4]).return to text

      48. Nell'edizione del 1911 Jensen aveva scritto τότε.return to text

      49. 1097C.return to text

      50. Il verbo ricorre anche nello Scolio a Eur., Or. 414.return to text

      51. Secondo V. Tsouna, The Ethics of Philodemus (Oxford 2007) 146, tale "disgust at others derives from an excessive appreciation of his own nobility," cui si alluderebbe alle ll. 11 s.return to text

      52. Ap. Philod., Vit. X, col. XXIV 1–21.return to text

      53. Ap. Philod., Vit. X, coll. XVI 28 - XVII 17, XIX 2–17.return to text

      54. Le ll. 12–20 della col. IX sono in parte anche molto lacunose; da Jensen, op.cit. (sopra, n. 2), tuttavia, sono state integrate.return to text

      55. ὁπό[ταν (Jensen, op.cit. [sopra, n. 2]); ὅπο[τ᾿ ἄν (Jensen, op.cit. [sopra, n. 4]).return to text

      56. τοὺς ἄλλους è una mia congettura, rispetto a ἑτέρους di G. Ranocchia (Aristone Sul modo di liberare dalla superbia nel decimo libro De vitiis di Filodemo [Firenze 2007]).return to text

      57. [συμ|φ]ω̣νῶν E. Acosta Méndez e A. Angeli (Filodemo, Testimonianze su Socrate, 'La Scuola di Epicuro', Collezione di testi ercolanesi diretta da M. Gigante, vol. 13 [Napoli 1992]) e Ranocchia; [φιλο|φρ]ο̣νῶν (Jensen, op.cit. [sopra, n. 4]); [κοι|ν]ω̣νῶν (Jensen, op.cit. [sopra, n. 2]).return to text

      58. οἷς [δέ]ον Ranocchia; θᾶ[ττ]ον Jensen.return to text

      59. È l'ordine delle parole di Jensen (op.cit. [sopra, n. 2]); ἔχειν φίλους μεθ᾿ αὑτοῦ (Jensen, op.cit. [sopra, n. 4]).return to text

      60. [συνε]θ̣ί̣ζ̣ο̣νται Ranocchia; [π]ι̣σ[τεύο]ν̣ται (Jensen, op.cit. [sopra, n. 4]); [ἀ]π̣[ολογοῦ]νται (Jensen, op.cit. [sopra, n. 2]).return to text

      61. Così ha scritto anche V. Tsouna: "the views that Philodemus advances in cols. 1.1–10.10 of the treatise belong to Philodemus or to earlier Epicureans, but ... they are compatible with Aristo's views" ("Aristo on Blends of Arrogance," in W.W. Fortenbaugh and S.A. White [eds.], Aristo of Ceos [New Brunswick-Londra 2006] 281 n. 4).return to text